Capitolo 158 Jesterday album The Unpleasant Guests

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[…] seguito recensione Odla.

- Dai! Torniamo alla base, rotta nel…

- Segnale! Nel 020, rotta nel 160, distanza 16 miglia, velocita 18 nodi, profondità 085… Nuova firma sonar. Interrompe Jones con il suo tempismo professionale.

Avrei voglia di dirli di smettere di indicarci altre presenze, che la voglia di respirare aria fresca mi fa perdere la calma, ma di fronte a tutti i presenti nel centrale operativo, mi devo di dimostrare una solidità esemplare e il senso del dovere che ci è generalmente abbinato. Siamo ancora fermi puntando nel 145 a profondità 050 e sembra che questo rilevamento rapido, ci passera sotto il naso fra meno di un’ora. Dopo un momento di silenzio e qualche respirazioni profonde, per tradurre verso l’operatore sonar, il mio stato di esasperazione, chiedo su un tono ammorbidito:

- Distanza minima?

Jones ha afferrato il mio umore e distilla la sua risposta:

- 5.5 miglia nel 090, Capitan. Jesterday firma sonar registrata in banca dati… Capitan…

Faccio qualche passi fino al ripostiglio sonar, per fare finta di guardare, da dietro la sua sedia, lo schermo e il punto verde che si muove, ma una mano sulla sua spalla, li sussurro a l’orecchia:

- Dai, dopo quello tagliamo la corda, non mi segnali più nessuno, che torniamo alla base, tranne se si tratta di Persefone o i Supercani, ok?

- Ok, Capitan.

Jones sorveglia la bellezza di sei schermi, visualizza spettri auditivi, paragona le sue scoperte alla banca dati, controlla anche i monitor del computer centrale. Inutile di precisare che il capo centrale, aspetta davanti al telex della rete flash, che la risposta alle sue richieste venga soddisfatta. Carta perforata ti consumiamo a cartoni interi… Mi devo di essere concentrato per ascoltare il suo rapporto.

- Allora il gruppo si forma nel 2016 nella piana fra Lavis e Zambana: Matteo Pedrolli al basso, Mattia Ugolini alla batteria, Federico Sandrini suona chitarra e voce, in fine Daniele Gottardi chitarra e voce… mescolano punk, stoner e hard rock , nostro rilevamento si intitola "THE UNPLEASANT GUESTS", in cui tutte le canzoni sono pezzi originali, registrati interamente nella loro sala prove, mentre il missaggio e mastering sono stati curati dal Frankenstudio. La “J” iniziale non è uno sbaglio ma Jester in inglese vuole dire giullare. Quindi sembra che il nome significa il giorno del Giullare assieme al gioco di parola…

- Ok! Scanner, doppler, spettrometro, decoder audio… Cominciamo!

A guardare i dati dello spettrometro ci sono sapori che galleggiano sopra questo album generoso di 15 tracce. Ci sono ingredienti dei Foo Fighters (Shameless), condimenti selezionati dagli “Queens of the stone age” (Woody) saltati in padella dagli Blink 182 (She’s crazy) con una spolveratina di Humus prima di servire, con un contorno di Matleys per aggiungere un po’ di colori. L’album è sovra voltato, ma abborda ogni canzone con uno spirito diverso, prova di alternare stili diversi, si applica a proporre introduzioni e finali variati.

Partiamo su una sgommata e un odore di gomma bruciata su il primo pezzo “The Unpleasant guest”. La voce di Federico è piacevole e ci descrive, in termini in quali concordo pienamente, la vita odierna e la mostruosità della dicotomia sociale di questi 30 ultimi anni… I dei camminano fra noi oggi, auto dichiarati, auto celebrati, auto giudicati, auto assolti. Intoccabili. Alla gente comune rimane solo ad ingoiare bella pubblicità per prodotti vili e pensare alla nostra liberazione.

“Woody” è una canzone che ci ricorda i “Queens of the stone age” a penna il pezzo è lanciato su suoi binari. Troviamo la voce un po’ più alta, nasale e affilata di Daniele Gottardi che si lamenta del picchio che ha in testa.

“Alive” è vocalmente molto più melodico e la partitura dei vocali si abbina piacevolmente a quella della chitarra, che sostiene il testo. Mi sembra che le parole e la chitarra sono nati assieme per agganciare l’orecchia così bene. Racconta di una prigione mentale e sociale “I've been a slave for so long, that I forgot what freedom means” Una batteria energica rilancia il macchinario ad ogni ripresa. “tic, tic, tic”

Il ritmo calla nel l’introduzione di “Sunset Hills”, ma solo nell’introduzione. Ci si fischietta spensieratamente anche…  Ma una volta il primo verso passato, la canzone si campa su un pop rock consistente, ma saggio. Ancora una visione accurata sul mondo odierno e le sue invitazioni costanti: “Subscribe (to) this brainwash, and blend into the flock”” Ah! Avevo dimenticavo ci si fischietta spensieratamente anche nel finale!

Finalmente! Il basso esce della massa sonora dove era incorporato bene, finora. “Loose ends” è la traccia che si distacca dall’album con la sua struttura intorno a uno “Stop and Go”, decorato di chitarre che tagliano i versi al seghetto alternativo. Siamo alla quinta traccia e notiamo un desiderio di trattare ogni pezzo sotto un angolo diverso. Questa variazione nelle tessiture ed aspetti di ogni pezzo è rinforzato dallo scambio alternativo di vocalista ad ogni pezzo. Vi ringraziamo.

“Whithout been here” ricade nel rock classico con una batteria che fa dentella, su suoi rimbalzi.  Senza essere veramente diretto in faccia, il pezzo ha le spalle un po’ più larghe, che le tracce precedenti. Visibilmente ci si parla di una ragazza che ha il potere di strapparti la camicia solo con gli occhi. Oggi son vestito bene, ma appena mi metto al bricolage, vi chiederò il suo cellulare.

Ottima registrazione di una doccia per simbolizzare la pioggia, in questo pezzo che si ambienta in un giorno di pioggia. Ritroviamo I due vocalisti su “Nineteen cents pistol” Federico nei versi e Daniele sui ritornelli.  Apprezziamo un bel assolo di chitarra aerato, seguito da vocali armoniosi, ma al senso più che ermetico. “An empty show, clinical, A dog trained, typical” boh…

Ancora una sgommata per annunciare questo brano alla chitarra leggermente più aggressiva e mordente.  Il basso rimbomba, la batteria prende il treno in marchia, su “Shameless”. Gli svergognati siamo noi, incapaci di cambiare anche a sapientemente andare diritti nel fosso, perché girare cambierebbe troppo le nostre attitudini. Voci arrabbiate vociferano, in sotto fondo, nel ponte musicale e lo arruffano ancora un po’ di più.

C’è un franco profumo di Blink 182 su “She’s crazy”, quindi la voce al registro alto di Daniele corrisponde perfettamente per il lavoro. Nelle parole ci sono affermazioni che non sorprendono uomini sposati: “she’s always right, she always ready to fight”. Dai, non preoccupatevi hanno lo stesso al nostro incontro.

Basso??? Ah, sì! ma vedo che è di ritorno… Si avvicina, si accomodi per favore, li bello in vista che la vedono tutti, grazie! “SS1” è un bel pezzo punk-rock spettinato che accoglie uno stacco al gusto di Dandy Wharol al secondo minuto; ritmo dimezzato, rumori rovesciati, prima di recarsi alla conclusione del pezzo, utilizzando la ricetta inziale.

Le derive, le sbandate, le scivolate fuori traiettoria, sembrano essere il tema trattato in “The strays” Questa sensazione di essere fuori posto, di non riuscire a chiudere il fine mese, di dovere promettere nel vuoto per rimanere in piedi...  ancora un punk rock a rotelle, energetico e nervoso.

Le chitarre arrivano dal fondo del corridoio su questo soggetto trattato con concisione, in due versi e due ritornelli su un tono febbrile ed espeditivo. “Portrait of a disturbed mind” dipinge l’angolo liberticidio di varie istituzioni sulle libertà giovanili… Varda che combinazione; con la vita estesa di oggi sti zoveni hanno più tempo per pensarci! Dai, prendiamo un’ispirazione profonda, come quella a l’inizio della traccia.

Bel Dialogo di chitarre su l’introduzione di “Crack mind” un altro rock che ti spinge nelle corde a cercare riparo come puoi. La testa nei guanti, sei nell’angolo aspettando che la campana mettesse un termine a quel round. Tornando verso il tuo allenatore, ti rimane in testa solo il ritornello: “Over and over again, we struggle as we pretend, not to be reflexes of a distorted intellect

Il motore di una motocicletta si fa sentire su “Madhouse” e ricorda La Harley che Rob Halford portava sul palco a l’apertura dei concerti di “Judas Priest”. Trovavo la gestuale un po’ sopraffatta a l’epoca, per lo meno il motore della Rotax fa un tutt’altro rumore… Questa deve essere una giapponese e la sua potenza alla “Green Day” ti fa guardare con paura il contagiri. Ti rendi conto che siamo tutti capace di andare da 0 a 150 Km/h, ma che son ben pochi a potere scendere da 150 a 0 correttamente… Il testo questiona la salute mentale come lo ribadisce il ritornello: “I found the reason in the head of a psycho”. Vero: la ragione si trova nella mente di quelli che il sistema chiama complottista, cospirazionista, qualunquista. Normale che l’opinione contraria viene automaticamente cacciata fuori campo con queste tre parole. Funziona ogni volta, perché cambiare?

C’è voluto l’intervento del Intel per chiarire il titolo dell’ultima canzone “M18-10” è un tipo di acciaio inossidabile, visto la referenza al genere metal nel testo e nello stile della traccia. Nessuno abbordo poteva solvere quel gratta testa. La band pero conclude l’album con un eccesso di energia, storia di lasciare l’unghia scalfire un po’ più profondamente la pelle. Lascia un ricordo più vivido.

 

Uno sconforto giovanile è largamente descritto in questo album… Qualcosa di generazionale si potrà pensare, pero a guardarci da più vicino, anche la mia generazione concorda con la maggior parte del contenuto delle parole, bisogna solamente essere sveglio. Questo album non è soltanto pieno di energia, è pieno di buone scritture, buone composizioni e di un’ottima esecuzione. La band ha saputo crescere assieme e sono tutti a un buon livello nella conoscenza del proprio strumento. Il suono del album è incisivo e tagliante, il missaggio rispetta classicamente le proporzioni in questo genere musicale. Questo lo dice quel strano tizio che trova sempre che il basso andrebbe spinto un pelo più avanti. Invitante allo sfogo e la liberazione di energia umana fino a finire in ginocchio, l’album merita pienamente le referenze citate qui in alto.

Con un rumorino di bocca attiro l’attenzione di Jones al sonar e li faccio vedere le mie sopracciglia storte, per ricordarli il nostro accordo iniziale. Poi di una voce decisa, guardandolo diritto negli occhi sclamo:

- Torniamo alla base Nibraforbe! Secondo, li lascio il Centrale!


 

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