Capitolo 156 Zeromantra album La distanza di un semitono

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[…] Seguito recensione The Degradz

 - Credo ci sia un segnale fra noi e la Base Nibraforbe, Capitan…

- In movimento?

- Son nel 270 e fan rotta nel 060, distanza 14 miglia, velocita 5 nodi, profondità 035. Ci passeranno di dritta nel 330 distanza minima 6.5 miglia. Nuova firma sonar in trattamento.

- Facciamo rotta nel 270 verso la base. Rimaniamo a profondità 050, conserviamo velocita un quarto. Capo, mi faccia un rapporto a l’Intel via rette flash, aspettiamo altri dati per il momento.

Pochi instanti separano questo ordine dall’intervento di Jones, che mi annuncia quello che il computer centrale ha decriptato:

- Zeromantra, firma sonar registrata in banca dati...

- Chi?

- Zero… Mantra… Capitan! c’è uno schedato dentro…

- Davvero? E chi sarebbe?

- Matteo Abatti…

Mi stavo proprio chiedendo, durante questo anno intenso, dove Matteo era andato a finire. Non bisognava consultare l’archivio per ricordarsi di “Loop station acoustic” del 2011, un album di Cover e di canzone proprie, e “Nella mia testa c’è” del 2012, due album registrati al Gulliver studio prodotto da Alex Carlin e registrati da Alessandro Battisti, il famosissimo creatore del “Interpretano Trentini”. Molteplici collaborazioni con Valerio di Paola agli arrangiamenti, “Bob and the Apple” per suonare una canzone e “Le origini della specie” per interpretarne un'altra e registrarla nel loro studio personale di Cles. Poi, più niente, al meno durante le nostre numerose immersioni non abbiamo incrociato nessun segnale di maTTeo abaTTi…  Nel generoso album di 11 tracce del 2012 galleggiavano qualche canzoni notevoli “Nella mia testa c’è”, “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”, la voce in falsetto del ritornello di “Mantide” e la terrazza in paese o in una grande città di “Sei con me” …

- Capo??? Hai qualcosa da dirmi, prima che mettiamo tutto in moto???

- La stampante del telex sta finendo, Capitan! Vegno da subit…

Guardo il capo centrale organizzarsi sopra la tavola delle carte; strappa l’inutile allungo le pre-perforazioni, sottolinea i dettagli importanti, seleziona i dati tecnici. La matita gialla sabra nella massa di informazioni, il gommino in cima di essa rimane bello nuovo. Il Capo centrale ci sa fare… È preciso:

- Allora… La band si compone di Matteo Abbati chitarra e voce, che firma tutti testi e musiche. Poi c’è Matteo Valle al basso, Manuel Castellini chitarra solista, Andrea Dionisi batteria e percussioni. I Musicisti addizionali sono Stefano Pisetta al piano forte e tastiere, tutta una sessione archi con Giulio Robol al violino, Cecilia Maruelli violino, Samantha Mattuzzi alla viola e Francesco Maria Moncher al violoncello che suona gli arrangiamenti di Armando Franceschini in "La storia di Emy" e "La distanza di un semitono" e l’arrangiamento archi di Matteo Abatti in "Due passi da Firenze". Registrato da Giacomo Plotegher al iMhO SoundLab. Consulenza artistica e co-arrangiamento di tutti i brani: Valerio De Paola. Master di Tommy Bianchi al White Sound mastering studio. Le Illustrazioni sono di Egeon Mantra, la messa in pagina di Daniele Fiorentino, tutto li.

- Plotegher… iMhO SoundLab non è che ha registrato Per Dido di Adele Pardi?

- Si, si, è lui…

- Buon… Schedami tutti gli sconosciuti… Distanza?

- 10 miglia… informa Jones…

- Strumentazione in funzione! Cominciamo!

Questo mi sembra essere il disco il più lucido e lustrato, che abbiamo analizzato da anni. Non c’è niente che può disturbare, questionare, dubitare in questo album poetico e consensuale. E tutto pulito ordinato, spolverato, cerato… (troppo?) C’è cura nella registrazione, nella chiarezza del missaggio, puoi studiare al microscopio l’album da cima a fondo, non trovi una crespa, né una grinza. Hanno passato la pezza dappertutto, non c’è una nano-polvere a chilometri intorno. Sono tutti pettinati bene, docciati di fresco, leggermente profumati, birro quattro colori, prima fila, attenti come primi della classe. Non sbagliamoci! Tutti quelli che hanno messo la mano al disco son professionisti di alto livello, arrangiatore, musicisti, tecnici, tutti… Fanno nella alta qualità, ma siamo ad anni luce di esperimentare, di innovare, o rivoluzionare. Ci si parla di rapporti teneri fra umani, di contemplazione, d’amore. E da composizione a master, tutto si fa nelle regole dell’arte. Mi sembra troppo pulito… Come spiegare la mia posizione? Giovedì scorso, mi son trovato davanti fogli di un concorso di colorazione, a tematica di Halloween, per bambini piccoli… ho votato per uno(a) che aveva colorato largamente fuori delle righe. Son cosi… L’atipico mi pizzica di più. Ecco.

“La scala dei colori” apre questa lunga scivolata, questa planata nella setta, questo viaggio in prima classe, di mezzo al conforto più piacevole. “La scala dei colori” sembra essere un messaggio che suggerisce di trovare la felicita con quello che hai: Nella mia scala dei colori mi serve quello che già fuori. Basta partire con una tavolozza bella piena, non servono aggiunzioni ulteriori. Bella chitarra elettrica che punteggia due note, quasi ogni rima e bel coro finale che rialza la conclusione del pezzo.

“La storia di EMY” si veste di chitarre acustiche e di archi nuvolosi. Vero che la loro presenza dà una altra dimensione al brano, esemplare la composizione di Armando Franceschini che espande discretamente in tutte le direzioni la canzone. Sembra veramente allargare la partitura oltre l’orizzonte. Emy sembra avere mancato l’essenza della vita, colpa di una malattia: Ma il suo cuore non credeva più ai principi perché gli anni di pasti­glie han tolto il sapore che c’è, nel gusto del buon cibo, nel profumo anche dei fiori… Un lieto fine ed espresso attraverso belle immagini: cade un frutto in mezzo a rami morti.” Notevole.

“Soprannaturale” è il territorio del Basso che tira il brano come una locomotiva, in questo pezzo quasi ballante. La percezione di superpotenza soprannaturale succede quando sei innamorato, ma solo in gioventù. L’ebrezza di serotonina è un’esperienza eccezionale, ma che può provocare dipendenza. Caro Matteo quando andrai a visitare le chiese Io ti aspetterò del locale che si trova generalmente di fronte. Salute!

“Un saluto dalla Kirghisia” è una semplice introduzione di un anziano chiamato Silvano per “La tua storia” andate a sentire quello che ha da dire e pensateci. “La tua storia” è un pezzo notevole con una bella melodia di canto. Rimango stupito dal benvenuto rumore meccanico che punteggia metodicamente i ritornelli. Ultra sensorialmente e a distanza sento del Valerio su un colpo del genere, la mia palla di cristallo ha parlato. Faccio concorrenza al Potachin da Caden, al mago da Nago, al Pestapian da Torcio e al S’entartaia da Vaneze de sora. Magari passo per ciarlatano se ho torto, ma ricordatevi che né i pianeti le stelle influenzano la vostra vita in nessun modo. La mia traccia preferita su l’album.

“La distanza di un semitono” è un semplice arpeggio che stampa un ritmo ferroviario nella canzone, saltando di un accordo a l’altro e vede il ritorno parsimonioso degli archi, presenti in secondo piano per dare profondità a certi passaggi, rimanendo discreti. Qui, parliamo solo del Ying e di buoni principi: La gente è generalmente decente, ma leggiamo delle “eccezioni”, sul giornale tutti giorni, diceva Neil Peart. In fondo, esiste un bene per tutti o il mio bene e diverso dal tuo?

“In tutto questo” è un bel pop rock ritmato, ma saggio o piuttosto rassicurante nel suo contenuto. Tende a certificare una fedeltà razionale di mezzo a “tentazioni di ogni sorta” anche se è gratificante potere sentire di essere in vista: “Ma mi fa sentire bene questo canto di sirene” Del resto, chi rimane immune allo sguardo di qualcuno, che solo con gli occhi, ti strappa la camicia…Eh? Benvenute frasi di sintetizzatore nel break musicale che si combina bene con un leggero assolo di chitarra. Ancora una bella traccia.

Non so se è l’ascolto in loop di vari pezzi, che mi acclimata alle composizioni, ma inizio ad apprezzare il lustro e le rifiniture minuziose di questo album. Anche se inizialmente ero riluttante ad entrarci, sono adesso immerso, la vasca è piena e calda, ho della schiuma fin sotto il mento e il conforto non mi disturba più di tanto. “Due passi da Firenze” rappresenta questa discesa nel conforto, la sua accettazione. Come una poltrona morbida che si sgonfia per accettare il peso del tuo corpo, poi rimangono ancora quei due centimetri di compressione di schiuma per realmente sigillarti li, da non più volere muovere. Notevole ritornelli un po’ più sollevati e ritmati che i versi, archi discreti a sostenere la chitarra ritmica, dopo avere annunciato l’introduzione.

E al piede del muro che si vede il muratore. Si impara a decidere decidendo… Un pianoforte si mescola discretamente alle chitarre per gonfiare l’introduzione e il resto della canzone, rimanendo arretrato nella massa sonora. Voce raddoppiata sul ritornello e parole tagliate su misura: “E non c’è vento favorevole a un marinaio senza meta e quando c’è una chiara meta anche il deserto diventa strada” ci vuole un pensiero girato costantemente alla scrittura e alla composizione per sfornare immagini forti da depositare sulla carta.

L’Ultima traccia è un lento, un giuramento, che farà sciogliere la compagna, qualche sirena in prima fila, sicuramente un tizio con gusti felicemente protetti dalla legge. Accendini fuori sul ritornello (si, si dai!) finché il pollice brucia: “Volevo solo una vita normale, volevo solo una vita con te, nel nostro giardino che ho coltivato, negli anni per te, solo per te” …

E tempo di interrompere la missione:

- Stacchiamo! distanza della base Nibraforbe?

- Tre miglia, Capitan.

- Secondo, li affido la manovra d’entrata alla base!

- Aye, aye sir!

Devo costatare che l’album a saputo salire, gradino per gradino, in alto alla mia stima. Secondo me è il seguito logico del primo album del 2012 “Nella mia testa” con un passo qualitativo nella composizione e la scrittura ancora superiore. Non posso invitare Zeromantra alla pazzia creatrice; non è il loro tipo di comportamento, non è il loro stile, non è il loro pubblico… Quasi, quasi mi faccio paura da solo: quale risultato potrà automaticamente proccurare l’ascolto ripetuto di altre produzioni? Come potrebbe reagire il mio cervello a l’ascolto continuo di Michael Bolton o Kenny G? Sono percorso da testa a piedi di un brivido che mi ghiaccia il sangue… Felicemente non sono Trentini….

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