Capitolo 120 Chaos Factory album HORIZON CD1 “Perceptions”

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C’è un Gran bel sole. Siamo ancora a navigare in superfice. In cima alla torre, un timoniere indaga l’orizzonte con i binocoli, mentre il Secondo e me, ci facciamo domande su l’andamento di questa missione:

- Ma, l’Ammiraglio Tosi sa bene che non siamo specializzati in quel settore, no?

- Credo che lo sa, dal tempo della nostra missione su Mezzopalo, Secondo…

- E come mai ci ritroviamo su quel dossier?

- Stanno cercando un comandante o due per delle unità underground, mi pare. Stanno a corto di mano d’opera. Poi sembra che questo rilevamento non sia del tutto metallico. Ci vuole un po’ di visione larga, da quello che ho visto sull’ordine di missione. Dai, nen a tuffarsi…

Premo il bottone dell’interfono, per annunciare di una voce determinata:

- Immersione!

 Ritroviamo il nostro centrale con il suo capo, Jenkins e Jones al Sonar.

- Jones, localizzami “Chaos Factory” grosso segnale. Dovrebbe anche esser molto forte.

- Aye, aye sir!

- Capo centrale, cosa diset?

- Allora la band è composta dal front man Francesco Vadori agli vocali e addominali, Luca Moser alla Chitarra, Mattia "HeadMatt" Carli alla chitarra solista, Diana Aprile alla batteria e in fine Fabio Sartori al Basso, hanno passato 5 anni su quel progetto. Questo è il loro primo album.

- E cominciano con un doppio concept??

- Eh sì! Capitan… credo proprio di sì… allora nelle collaborazioni c’è Luca Ward come narratore che si trova essere la voce di Neo in Matrix, Samuel L Jackson in Pulp fiction e un’altra marea di film, il coro “Piccole Colonne”, il pianista Enrico Gerola, Neexnova, non so chi è, ma produce musica elettronica. Il realizzatore di video Matteo Sabbadin. Ritroviamo Stefano Alloero di “Essequadro” il fotografo designer di Rovereto, che si è incaricato del design dei albums di HeadMatt, Brownie Chocolate Explosion, The Rumpled Folk Band, Spanner Head, Black Circus, I Matleys e Servan. E la modella Sergeant Ice.

- Ah sì… mi dice qualcosa… Essequadro… hmm… e la modella???

- Sergeant Ice…

- Fischia! Hai suo cellulare?

- No…

- Capo centrale, sei scarso…
- Eeeeeh beh... sì, dai! Registrazioni e missaggio di Marco Ober al “Artifact studio”, e Giovanni
Versari La Maestà Studio per il master dell’album.

- Fermo…. Versari…. Non è che ha anche fatto il master di “Farfalle” dell’Opera di Amanda? Poi Artifact…. Gli Humus, I Nereis, I Pugaciov e Samsa Dilemma hanno registrato li, no?

- Eeeeeh beh... credo di sì… Devo nar a vedere… riaprire il dossier….

- Capo centrale, sei scarso… Poi, altro?

- Horizon è un 22 tracce cantato in Inglese e letto in Italiano, un concept album musicale-letterario in due parte, primo CD “Perceptions” e l’altro “Myths”, rinserra vari generi musicali, ed è interamente auto prodotto. Hanno un canale sul Tubo, e spotify.

- Non abbiamo accesso a “Spotify”, qua abbordo… Grazie Capo… Jones?

- Niente ancora, dobbiamo contornare un rilievo, fra meno di un minuto…

Qualcosa diventa un po’ ovvio dallo svago sul loro sito: Non vogliono destinarsi, come primo passo, alla scena regionale, mirano al Europa, o al mondo intero, e perché no? Le interviste dei membri sono in Inglese (anche approssimativo). Ci sono state spese fate per l’immagine del gruppo, la costruzione di un intero set per una serie di click, la qualità delle foto, il personale professionale impiegato ad ogni settore. Il sito stesso è agganciante, le foto sono incredibili, tutti dettagli sono curatissimi, il video impiega una marea di gente. Mi sembra che i “Chaos” sono seduti a una tavola di poker e i casi sono due: o hanno la mano piena, o tentano un colpo di bluff. Due soluzioni solo: O fanno bingo, o si ritrovano in mutande per strada. De mez non ci sta nessuno. Un successo medio potrebbe anche essere percepito come un risultato tiepido. Hanno lavorato sodo e a coperto, a preparare la totalità dell’opera e presentarla di un colpo al grande pubblico, ma la cosa non è più nelle loro mani: “Alea iacta est”. Credo che lo sguardo è ora girato verso il contatore delle vendite, le visioni sul tubo, le visite sul sito... Cinque anni per tutto o cinque anni per niente? L’album è spiegato traccia per traccia sul tubo, ma proveremo di starne lontano, per lasciare la nostra strumentazione guidarci, il nostro solo naso a determinare il cammino.

- Segnale! Interrompe Jones…  son dietro questa formazione rocciosa nel 331, distanza 14 miglia, rotta nel 011, velocita 08, profondità 050.

- Ferma propulsione, rimaniamo al riparo del rilievo, ci passeranno davanti… distanza minima?

- 12 miglia… annuncia il secondo

- Strumentazione in funzione. Cominciamo.

“Human Orogeny” è un generico, si apre il sipario su il doppio album, l’atmosfera è cinematografica. Entrano chitarre affilate e una voce d’opera, su percussioni esemplare. La traccia ha le dimensioni architettoniche di un tempio di fantascienza. Un assolo spettinato prende posto dopo una spiaggia di calma.

Sembrano cori gregoriani rovesciati ad aprire “Crystalline”. Un arpeggio leggero ci porta verso un canto sovrano ed un impressionante martellamento alla doppia pedaliera e l’attenzione si focalizza automaticamente sul lavoro di Diana. Sa legnare quando ci vuole, non è entrata nel gruppo solo per i suoi bei occhi.

“We believe” è una bella traccia metal orchestrata con i fiochi, tastiere in sostegno per un bel effetto di grandezza e di profondità. Il video purtroppo soffre di un sovraccarico di stereotipi, pause ed altri gimmicks… Capisco che il realizzatore può anche chiedere ai membri della band di “metterla tutta” durante le riprese. Ma il risultato finale, al mio solo e unico parere, non rialza le composizioni musicali, ma le inzuppa in una teatralità non necessaria, un’enfasi disproporzionata che genera un’esaltazione che finisce per diventare leggermente comica. Dimezziamo la grinta, metten olio…

Sparatoria micidiale di Diana e Fabio su “Juggernaut is coming” la traccia la più grintosa del primo CD. Bel basso messo in avanti per un assolo, mentre le chitarre sputano ferro. Non c’è da dire il livello musicale del insieme è alto e i vocali sono intensi di qualità. C’è talento ad ogni livello.

Notevole tappa nel concept album, entra il primo racconto del disco. Mi sto solo chiedendo come sarà accolto il contrasto inglese per il canto ed italiano per le letture, da un pubblico straniero. Non sarà un ostacolo al viaggio dell’uditore? Ci sono viole e violini ad edulcorare il fascino di questa voce di eccezione. Racconta di una coppia, da ogni parte di un burrone, che si riunisce saltando nel vuoto per l’ultimo abbraccio…

Voce di crooner e ritmi lenti per “Whispers in the dark” danno un’atmosfera di commedia musicale per i primi instanti della canzone. Il pezzo è un lento appassionato che recupera un po’ di muscoli all’arrivo delle chitarre, che sono tenute al secondo piano, dal loro volume. Da 2.40 in poi il pezzo decolla in un’orchestrazione imponente, che si sfuma in un finale calmo e vocale.

“Universal Flow” è uno strumentale a spalle larghe, su un tappetto di tastiere che disegnano il paesaggio in quale le chitarre evolvono. Break e colpi sincopati rialzano il tutto, ma è ancora Diana che porta dal fondo della scena, tutta l’attenzione nella sua direzione, sparando come un mitra alla doppia pedaliera per mezzo minuto. Rispetto.

La pioggia ricopre il primo minuto di “Horizon” la voce di Francesco riempie lo spazio “Oh my son, look at this night full of stars…  il testo è solleno, anche se le “forme di vita” si estendono dagli alberi…. Alle pietre… Horizon è la traccia eponima dell’album e poteva anche servire da conducente per il resto dell’album. Il pezzo rinserra vari movimenti che passano dal calmo, al lirico, dal contemplativo, al potente per descrivere “la natura umana”.

“Come lacrime nella pioggia” è una referenza a “Blade Runner” e le coincidenze vogliono che Rutger Hauer, l’attore del famosissimo monologo venisse a sparire nel mese scorso. Musica classica e introspezione sulla profondità del testo, che richiama la memoria delle immagini, che tornano in mente. Non puoi fare altro, è fatto appositamente.

Un bel assolo di chitarra apre “Running Wild” che porta il ritmo della corsa, nel martellamento della sessione ritmica. E del martellamento qua c’è n’è… ancora pause e cambi di ritmo, per non creare pezzi troppo lineari. Prima apparizione edificante delle “Piccole colonne” prima di uno sfogo metal con chitarre rabbiose, come partiture al seghetto alternativo a scintillare nell’acciaio puro.

Nuova referenza cinematografica??? “Sins of the lambs” è un pezzo lirico, cantato liricamente anche dal coro delle “Piccole colonne”. Verso 2.30 la band riprende il tema principale con l’intensità rock dovuta.

Siamo giunti a l’ultimo pezzo: “Polychrome glows”, che chiude il primo libro con spiagge di tastiere che si gonfiano di grande organo cerimonioso. Il sipario si è chiuso.

- Jones? Hai sempre il rilevamento del secondo CD?

- L’Interferometro non lo lascia un secondo, Capitan…

Capitolo 120 Chaos Factory album HORIZON CD 2 “Myths”

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[…] Seguito recensione Chaos Factory

- L’ hai agganciato? Chiedo al mio operatore sonar preferito…

- Si sì, l’Interferometro non le ha molati un secondo, Capitan. Risponde Jones, il viso illuminato dallo strano verte dei riflessi dei suoi schermi.

- Bene. Jenkins, passami i dati dello spettrometro e dello scanner quando escono dalla stampante.

- Aye, aye sir. Siamo quasi alla fine del trattamento dati, Capitan!

Una bella fisarmonica di pagine perforate atterra sulla tavola delle carte, mi tuffo dentro… Mi fermo… Qualcosa non quadra.

- Dai! Chi fa gli scherzi???

C’è un silenzio interloquito nel centrale. Alla vista dello stupore su tutti visi intorno a me, inizio ad avere dubbi nel mio intervento.

- Jenkins, sei ti che fa il furbo???

- No, Capitan giuro…

- Jones, questi sono i dati del CD 2 giusto???

- Confermo, Capitan… CD2…

Capisco adesso perché la scelta si è portata sulla nostra unita per questo incarico, e mi ricordo la risposta fatta al secondo, in cima alla torre, dopo la lettura dell’ordine di missione “… non è del tutto metallico…”

- Ah… Si… Scusate… Non ero… Arhmm… ‘n somma…

L’evidenza è poca ovvia da scrivere nel rapporto di missione: Il secondo CD di “Horizon” è completamente diverso del primo, MA… continua a svolgere la storia del concept album. I dati dello spettrometro lo confermano: un solo e unico suono di chitarra rock è presente su quel opus, il resto è un po’ fatto, come dire? “De n’altra legna”. E piuttosto curioso per una band “metal” … In tant’ nen da veder da quale legna questa seconda parte è fatta.

A dire la verità, al primo pezzo, mi viene a pensare alla mia vicina di casa; Sarah, che abita di fronte a me, al numero 30, Via Camp Lion, località Pangea. Io sono al 29. E un po’ esagerata come tipa, perché mette il suo povero impianto stereo a due soldi, sempre a chiodo, presto la mattina e mi rompe leggermente, quando ho voglia di dormire, fra due missioni. Io che sono un melomane, attrezzato quadrifonicamente ancora meglio del figlio del padrone della Chase Manhattan. Sustra, fa di cognome, mia vicina. Magari lei, in fondo, non c’entra. Comunque, la voce di Francesco dimostra che potrebbe salire sul palco delle arene di Verona, in stagione estiva, magari non come testa di manifesto, ma senza al meno demeritare.

Un grande organo e violini introducono il nostro narratore su “Sento la morte nel sogno che viene”

La necessita del “altro(a)” nella vita viene descritta, anche davanti al trapasso, l’immateriale delle pure intensioni prendono la loro importanza al punto di diventare capitale. Tutti testi sono firmati Vadori e le musiche sono di “Chaos Factory” con varie collaborazioni su questo disco. Con Luca Moser in particolare che firma musiche e arrangiamenti essenziali.

“Drying her tears” è un legame musicale di corta durata ma di intenso fasto. E il crescendo di una marcia che prende quasi l’aspetto di una truppa innumerabile che avanza inesorabilmente e al passo. Per finire su uno scoppio conclusivo, che porta verso…

…Cosa???? “In the depths of the void” è un pezzo alieno. Pur fatto bene, con percussioni che si disperdono nell’eco, sequenze invitante al ballo, sonorità ampie, martellamento dei bassi e voci codificate che ti chiamano: “Enter the void” sul tono dell’ordine… Ci sono ovviamente spiagge di calma in quale una voce vocalizza. Un respiro, impreso di panico, traduce un senso di sconforto, la voglia di non fare il salto. Bella traccia, ma agghiacciante.

Il piano forte di Enrico Gerola descrive, a passo di funerale, il testo il più disturbante da tutto il disco: “L’ultima madre”, proiezione apocalittica della caduta dell’umanità come la conosciamo, attraverso un caos irrazionale, riportando a gala nostri istinti più bassi. Peste, cannibalismo, lutto, saccheggio… Una donna scappa della follia, per portare le speranze che porta in sé, lontano, al sicuro. Da lì, rinasce la speranza, poi la determinazione e una convinzione di andare avanti. La scoperta casuale di un tetto, provvede protezione dagli elementi, e crea un attimo di conforto.

“The doom of destiny” è un pezzo di musica classica molto corto, poco più di un minuto, un link verso un altro racconto.

Un feed back minerale ondula e strilla in un modo cristallino: “Nel profondo dell'universo” riassume la nostra reale posizione nell’universo; viaggio nella cosmologia, confortato dalla fisica quantistica. E sottolinea “l’inconsistenza di ogni retorica umana”.

“Blue Steams” è un tema che doveva, al mio gusto, essere sviluppato di più, tanto la sequenza porta un po’ di sollievo all’atmosfera ombrosa dei racconti. Ma è solo una verità fattuale a quale non possiamo sottrarci.

Orologi cadenzano il tempo che passa, questo tempo diventato stranamente prezioso specialmente quando sono i tuoi ultimi momenti; “Al calar della luce” è l’ultimo racconto dell’album. Fiati tonitruanti e la prima e l’ultima chitarra metal di tutto il disco, disegnano di nuovo una grandezza sonora architettonica... Exit.

La tenda si chiude lentamente sul piano Forte di Enrico Gerola per un pezzo calmo e sereno con quale ricentrarsi dopo la mesa in orbita. “Chaos Variation XVIII” è un pezzo classico puro e posato. Il suono si sfuma e la registrazione continua fino a l’ultima vibrazione dello strumento.

Alla conclusione del doppio album, tutti musicisti dimostrano di avere capacita di scritture ben oltre il genere Metal, provano di potere attaccarsi a partiture anche classiche, di collaborare con musicisti di vari orizzonti e di sapere mettere le mani in pasta a veramente tutti livelli. Capel’ basso dal Capitan. Non si sa troppo cosa dire dopo questo ascolto, cosa dire dopo questa scommessa folle della band, davanti a questa audace, questo progetto monumentale…. Augurare magari a tutti membri della band, che quello che accadrà nell’anno che segue questa uscita, assomigliasse più al sogno che hanno avuto mentre costruivano l’opera, pezzi dopo pezzi, che alla realtà della vita europea di questi giorni. Basta richiudere gli occhi e premere play un'altra volta.

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