Capitolo 40 Felix Lalù album Coltellate d’affetto

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Jenkins mi raggiunge nel mio cammino verso la mia cabina:

- Beh, sicuramente non è né Rebel Rootz, né guerra nucleare, ma l’ultimo Lalù è fuori da poco...

E lì, in questo strettissimo cortile, con la mano tesa e sporge le registrazioni nella mia direzione.

- L’Intel è al corrente? Chiedo.

- Sa che l ‘album è uscito... Non sa che le gli do...

- Passami il dossier che me lo studio tranquillamente mentre torniamo alla base Nibraforbe.

E vero che un nuovo Felix Lalù è un evento, anche se è stato pre-annunciato dallo split album “Menta al quadrato”, lo stesso preceduto dalla famosa “Canzone del estate”. Quel personaggio si distingue da un originalità fuori dal comune, superando tutti altri “originali”, come lo sono suoi disegni, sua musica, il suo modo di registrare, il suo modo di annunciare esposizioni, le sue bestemmie in Duomo, il suo modo sconvolgente di abbordare soggetti sensibili. In Trentino è onnipresente, è a tutti gli incroci, collabora sempre con un fottio di band, appare in video con I Bastard sons of Dioniso. E un motore di attività: tira, spinge, passa parola, gira, dipinge, fa asciugare, promuove, si ferma solo per dormire. Fa anche ridere.

Ed è anche generoso nei suoi album: per chi è in Trentino mettere la mano su un CD alla fine dei suoi concerti è un atto di intelligenza: è tutto fatto a mano, unico e prezioso.

Come suoi punti di vista sugli “Gruppi americani” (Il nuovo inno della lega). Essendo me stesso un essere impulsivo e a fior di pelle, devo dire che la disinformazione è fatta su internet a grande scala, a solo scopo di ingannare i più sensibili, quelli già su l’orlo del lastrico, o chi nella loro “salita negli giri” non pensano sempre a verificare la sorgente del articolo. E ci sono già cascato me stesso. Felix ha per missione di cristallizzare la situazione in questa canzone per darci al meno il tempo di riflettere durante questo breve “fermo immagine”. E una sveglia del senso critico, in un mondo dove la frontiera fra informazione e disinformazione è sfuocata più che mai.

Collaborazione di quasi routine con Johnny Mox per “Tutti vogliono sembrare meglio” per un tempo medio groovy. Questa traccia è una messa al culto dell’apparenza e alla plastificazione faciale, un segnale stradale per indicare il contro corrente.

Niente di nuovo sul fronte dello sfruttamento minorile: la “World Company”, quella che ci ha venduto la mondializzazione, il made in Cina, il prezzo discount, la chiusura delle fabbriche Europee, e che continua a scavare il fosso fra ricchi e poveri, è sempre in azione.... Non si ferma mai. “La coscienza sociale agli tempi di internet” è la lotta di Don Donchisciotte della Mancia contro i mulini. Una lotta che non si può più vincere ormai, con l’illusione di democrazia che ci è rimasta oggi.

Per uscire del marasma ambiente e magari ambientale ci lasciamo portare dal doppio clap di “Cosa darei” per una canzone festiva, calda, naturale e illustrata da un video storico. Non ci fa schifo niente, neanche gli versi: “Entro in mare solo per fare un po' di pipì, mi ricordo che la bevevo nella pancia che mi concepì̀” ... c’è arte dietro ogni virgola, poesia e lirismo da un punto a l’altro di ogni verso. Pero bisogna osare... Grazie anche di portare a mia conoscenza mdma (o methylenedioxy-methamphetamine ottenuto “googlando” la misteriosa parola) a un povero cinquantenne in riga come il Capitan, che è rimasto nel regno vegetale tutta la vita, per le sue escursioni nell’orbita terrestre bassa... E poi, non dimenticare di partire prima che risparmi in frizione!

Dopo la versione “Balcony TV” presentata sul tubo, chi può vantarsi di non conoscere “E il mio amore mio e si chiama Francesca” sorprendente canzone costruita intorno a una nota (quasi) unica di chitarra, circondata di “tululurulu” e di qualche note di glockenspiel. Poi, nel reparto frutta, dopo due giri del mercato del zobia non sono riuscito a trovare prugne al gusto pesca. Il primo che mette la man de sora, quando l’ven la stagione è pregato di comprarmene due chili, e de darme un’squillo che pagio ben.

“Dinamita” è una canzone che viene con maglietta in dotazione e rabbia in optional. Quasi sul beat di “We will rock you” dà, presa poco, l’elenco delle sbandate irrazionale che può raggiungere un popolo fuori di sé, e a ruota libera nelle sue vendette. Il titolo fa anche parte della compilazione “Menta al quadrato” in quale appare il complice di una vita artistica: Johnny Mox. Neanche con lo sfogo più folle, che accompagna la liberazione dei popoli, non vedo nessuno capace di passare agli atti descritti. Questa rabbia è contenuta, ma fermenta in quasi ogni uno di noi. La questione è: fino dove ci si potrà stringere questa vite oppressiva, per ottenere la scintilla dell’esplosione???

Un flicorno porta un colore quasi Jazz-fusion o progressista a “Gino”. A dire la verità sapevo solo mettere un viso sul nome e associarci “Il cielo in una stanza” non sapevo pero di un tentato suicidio nel 64, e la notizia della filastrocca Svizzera, mi era entrata poi uscita di testa, persa in una marea di pagine di telegiornale deprimente. Visibilmente su questo rap sincopato, registrato in due spessori vocali, Gino si focalizza sulle tette... e il flicorno.

Visibilmente Il Nordest è cantato in modo simile sia da Bulbra che da Felix. Lavoro sacro, messo in cima a tutto, come unica fierezza. “Tutta Shanghai” colpisce dal suo ritornello ossessivo “X’e un mercato” ...

Ci si torna a ballare troppo meccanicamente su “Disco”. Il problema è che la soluzione è anche il problema. Il problema è che il problema è anche la soluzione. Ecco una quadratura del cerchio risolta, ballando 50 chilometri su un metro quadro, piangendo su un matrimonio andato e un bidet sprecato.

Disturbante la parodia del “Mare nero” di Lucio Battisti: “Omar e Nero” o un modo poco apprezzato di “diventare donna” a metà strada fra “Colpa d’Alfredo” e un incubo crudo firmato Elio e le storie tese. Cristallizzare la situazione avevo detto prima... buon, siamo li.

“Vai, vai” è una canzone a due corpi distinti, la prima è il sempiterno discorso da padre a figlio... di quelli che entrano da un’orecchia e volano via da l’altra. La seconda, per chi conosce l’opera di Bill Hicks, un umorista americano, morto da un cancro del pancreas nel 96, è un omaggio strepitoso al messaggio il più forte di Higgs declamato alla fine del suo spettacolo “Revelations”.  Un chiodo tolto... no... Una serie di chiodi tolti alla sua barra. Una persona da conoscere meglio: Bill Hicks.

Poi cosa rimane alla fine? Una penosa costatazione della posizione di ogni uno di noi nella vita nostra. Quel poco che ci rimane, quel poco che abbiamo paura che ci viene tolto, quello che vediamo in Tivù. Tutti questi film di anticipazione mostrando tutti cittadini schedati, controllati tutto il giorno, al guinzaglio, alla mente formattata dal un potere distante e irraggiungibile. Non succederà durante il 22imo secolo… e successo ieri. Sfiga.

 “Pulp alpestre” è un pezzo monumentale, supera dalla testa e dalle spalle la totalità dell’album. E la migliore storia che ho sentito da più di mezzo secolo, a pareggio con la storia che mia nonna mi raccontava prima di andare a dormire. Supera allegramente il contenuto di “la Ballila” di Giorgio Gaber ed è raccontata in un dialetto tosto ed ermetico per me, la vita vista dagli due lati diversi di una coppia che ha passato 80% della vita assieme. Ovviamente ti viene in mente di dire “Dai Lina, lascialo stare, ad appena salvato la vale dal diavolo!” Poi mettendosi dal lato di Lina la nonna: “Marino, non raccontarmi balle, hai ancora portato locia in casa... pensi che son qua padrona di un porcile. o allora?” il tutto raccontato meglio del Iliade, i viaggi di Ulisse, le favole di La Fontaine, e una raffica di Harry Potter.

Ancora un Felix Lalù. Per bene. Non una benedizione cascata dal cielo, una sudata creativa venuta dal centro della terra Trentina.

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