Capitolo 58 Electric Circus album 24/7
- Segnale distante, Capitan! Sembra la firma sonar dei Electric circus...
- Azimut e distanza?
- 210, Capitan! Distanza 25 miglia, fan rotta nel 010, profondità 050.
- Rotta nel 230 per 15 miglia... poi ferma propulsione, Secondo?
- Aye, aye sir!
- Una volta passati alla nostra altezza, piantiamoci dietro nella loro scia a stessa velocità, Capo centrale?
- Comandi!
- Prima di raggiungere il rilevamento mi tira fuori l’archivio sugli Electric Circus e me lo passa nella mia cabina.
La prima registrazione del trio (Francesco Cretti: Chitarre, Paolo Pilati: basso, Paolo Urbani: batteria) di Arco fu “Evoluzione” un album già analizzato dal Wyznoscafo a l’inizio del 2015. (capitolo 37) Ricordiamo che è un trio che sa circondarsi da altri musicisti regolari: Alessandro Leonardi: tromba, Giuliano Buratti: sassofono, e su certe registrazioni: Giordano Grossi: al contrabasso. Poi viene Il “live allo Smart Lab” di Aprile 2016. Solo degli schedati del Intel nei ringraziamenti dell’album: Grazie a Marcello Orlandi e Offset per l’organizzazione, Luca Vianini per la registrazione e Leonardo Menegoni per la foto di copertina. Io ci farei quasi una retata lì dentro, teh! Segue un viaggio negli stati uniti alla fine dell’anno 2016 con la registrazione di “Mike” nello Dust&Stone Recording Studio, di Tucson in Arizona. “Mike” viene rilasciato come single e teaser dell’album in preparazione in Novembre 2016. Poi il nostro rilevamento 24/7 che sto per passare al doppler, decoder audio, spettrometro e scanner per fare buona misura. Dal mio letto, sento che la propulsione si è fermata. Siamo in posizione, fermi fra due acque, basta essere paziente. Torno verso il centrale, il dossier sotto il braccio, ci trovo il Secondo che sta per mettersi nella scia del rilevamento.
- Iniziamo una volta la manovra finita, strumentazione in funzione, capo centrale!
- Aye aye, sir! Del resto, sono sorpreso di non più trovare le illustrazioni inserite su bandcamp e accessibili da un click sul bottone “info” ... cera un disegno di Corraggioiltopo su “Mangiafumo” e altre immagini per illustrare certe tracce. Non so perché non sono più accessibili...
Il capo centrale è più ficcanaso di me.... Noto subito l’arrivo di teste nuove: Emanuele Grossi: Chitarra classica su “Electricserious”, Tommaso Santini: Violino su “To space”, Marco Sirio Pivetti: Flauto su “Electricserious” e il migliore è che l’album e prodotto dal Bondonero Roberto Frignani, membro dei BDN’s; un branco di giovinastri, snowbordelisti, che passano le giornate invernale intorno a l’half pipe del Bondone e alla Baita Montesel... Io ci farei quasi n’altra retata lì dentro, teh! La prima lettura dei dati evidenza un leggero dettaglio: il suono sembra più naturale o al meno ci si nota meno effetti sulla chitarra, sulla maggior parte delle tracce. 24/7 è più nello spirito di “Room 251” che altro. I fiati sembrano più integrati nelle tracce, e certe volte si tagliano direttamente la parte del leone. Ci sono ancora belle partiture di chitarre spaziale, sparse qua e là, ma su questo album la chitarra che tirava “Evoluzione” avanti e rientrata più in riga.
Leggero momento di stupore dell’equipaggio, che si guarda intorno sui rumorini acquosi che aprono “Mangiafumo” ma niente paura, non abbiamo perdite e la sorpresa svanisce con la reverb sul sassofono che porta avanti questa traccia. E un ritmo medio classico che si conclude su un tempo più accelerato storia di dinamizzarne la conclusione. Il vantaggio di “Electric circus” è che lascia a Paolo Urbani la cura di scriversi le partiture di batteria, e hanno ragione perché il Paolo ha finora, sempre messo il dito sopra.
“Electricserious” è la prima traccia distintiva dell’album. Due chitarre; una acustica classica (Emanuele Grossi) e l’altra elettrica fanno maglia sul ritmo sincopato del batterista. Un flauto (Marco Sirio Pivetti) arriva in mezzo al ponte musicale (2.40) per concludere la faccenda al modo “Jethro Tull, Acqualung”: un bel pezzo pieno di colori e ritmi.
“Green brown and blue” è il pezzo il più lungo dell’album oltre 7 minuti. Comincia come un lento su di quale gli fiati suonano la stessa partitura. Poi Alessandro Leornardi parte in un assolo di tromba. Segue la ripresa del tema principale per concludere la prima parte del pezzo su un urlo distante. Contempliamo un minuto e mezzo di svago per riattaccare il pezzo al basso, che apre un crescendo di entrate di strumenti, uno per uno, a ripetere la stessa frase musicale. L’assolo di chitarra che illustra l’ultimo movimento della traccia, si veste di tutto il chorus e della riverberazione che può.
“Is it dead?” è portato dal ritmo strano della batteria. Niente fiati su questo pezzo solo una chitarra al retro gusto di Pink Floyd. Come un cuore che si ferma, le percussioni, lasciate da sole, sfumano la traccia nella sua prima parte fino al silenzio completo. “Is it dead?” ti puoi chiedere... La seconda parte sa di rinascimento più che di “dopo vita”: l’energia sprigionata dalla chitarra ne può testimoniare.
“To Space” manca nel suo ritmo lento di descrivere il decollo di un razzo, anche per l’orbita terrestre bassa. Magari siamo già in levitazione da l’inizio della traccia. Il pezzo prende corpo e una bella dose di energia, nella sua parte media, con l’entrata del violino di Tommaso Santini e della doppia partitura del sax... lì ancora un momento di svago su di quale si evidenza la chitarra di Francesco. Il pezzo si conclude nella calma dopo la ripresa del tema principale.
“We don’t give a Funk” fa già scrollare della testa nelle sue prime misure, poi del tutto il corpo a l’entrata dei fiati. Ma questo è solo per dare l’atmosfera giusta al suono “Hendrix” del corto assolo di chitarra. Partiamo in uno svago sostenuto dal basso tra 2.00 e 2.50 poi la parte finale del pezzo si perde fra il tema principale dei fiati e la chitarra funky fino a l’inchiodata finale.
“Fistfull of bombs” si articola allungo suoi 5 minuti 48 intorno a tre parti distinte. La prima, lentissima, portata dalla chitarra, lascia progressivamente posto a un bello e lungo assolo di tromba fino a 2.05. Non so come si chiama esattamente questa molla che utilizza la bocca come casa di risonanza. Lo scacciapensieri(?) “guimbarde” in francese, sembra uno strumento basico che ha punteggiato un mucchio di film di Sergio Leone. Comunque, la seconda parte si pone come un break a l’atmosfera pesante per annunciare la parte la più alzata del pezzo che decolla verso 3.20. Rinforzamento del ritmo, dialogo sincopato fiati/chitarra, finale muscoloso. Bella traccia.
“Mike” appare qui in Bonus track e evidenza la diversità di suono da uno studio a l’altro. Tutte le composizioni qui sopra, sono state registrate al Metro Rec di Riva, “Mike” viene da Tuckson... è sembra leggermente più aerato... al meno con una profondità di campo un po’ più accentuata, specialmente sul sassofono. La batteria registrata al Metro Rec ha un suono di tanto più naturale e diretto che mi piace di più. Pero la differenza si sente, non c’è un suono migliore del altro, cambia solo l’atmosfera in un modo palpabile. Comunque ascoltiamo il sax di Giuliano sfogarsi finché può, nello spazio enorme che li è concesso: sembra volere riempire l’immensità creata da ore di macchina attraverso il deserto del Arizona. “Mike” rimane la mia traccia preferita di tutto l’album, portata da questo basso ossessivo, che lascia nella sua consistenza, l’appoggio necessario per gli altri strumenti di decollare e raggiungere l’altezza dell’ebbrezza. Un gran bel lavoro.
Ecco... Il Jazz in Trentino da Mirko Pedretti Quintet, a 3i0, Stefano licio o ancora Stefano Pisetta si rinforza da giovani con talento includendo I Malaga Flo, Ellis, e Electric circus... Una generazione intera prende un po’ di petto in questo genere musicale... Guardiamoli fare con curiosità....

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