Capitolo 71 Maria Devigili album Tempus fugit

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[...] seguito recensione Yellow atmospheres. 

- Jones? Il gruppo di rilevamenti seguenti, si son mossi?

- Son passati dal 095 al 102, su 20 gradi di quadrante, fra 20 e 41 miglia di distanza. Profondità varie.

- Grazie Jones... Secondo? Devigili o Horrible Snack? Cosa diset?

- Ma perché? I “Horrible Snack” hanno già sfornato un altro album? Ancora??? Risponde il Secondo.

- Si, così… poco tempo dopo “The moon is a biscuit...” ma è qua... Conosciamo la zona del rilevamento dal giorno di uscita, il 5 gennaio, ma eravamo presi su altri compiti. Pero adesso dobbiamo scegliere...

- Maria, dai! Certifica il Secondo.

- E perché? Chiedo, storia di avere un vero motivo.                                        

- Perché sono un Fan e perché il rilevamento dei Horrible Snack è a tre miglia solo dopo quello della Devigili e quindi sarà più pratico per noi. Poi, nonostante l’album dei “Horrible Snack” sia già uscito abbiamo il privilegio del ante-prima di “Tempus fugit” ... che uscirà il 15 di febbraio. Non possiamo passar accanto. E (quasi) un’esclusiva!

- Bene, nen allora... Jenkins; Decoder audio! Capo centrale; scanner e spettrometro in funzione!

L’ album è stato registrato, mixato e masterizzato fuori dal Trentino al RedRoom Studio di Vecchiano (Pisa) da Luca Matteucci e Flavio Innocenti. “Tempus fugit” sorprende subito dalle sue prime misure. Maria sembra, al primo ascolto, avere imboccato un’altra direzione, cambiando il suo modo di comporre del tutto. “Que neni” come dicono i Francesi: ha semplicemente cambiato il contorno: Stefano Orzes, vecchio compagno di sempre, appare alla batteria su quasi tutte le tracce. Maria scrive raramente canzoni lineare; la gran maggior parte delle sue composizioni contengono, cambi di ritmo, stacchi, cambi di misure, cambi di umore. C’è stato pero, un po’ di novità; una parte del disco è stata registrata con percussioni programmate, appare un basso, si sentono tastiere o sintetizzatori programmati, archi... Rassicuriamoci, che sia nello stile “chip tune” o “filastrocca meccanica” rimane sempre Maria Devigili nell’essenza. Il suo stile è sempre qui, le melodie del canto seguono sempre le arabesche che sono ormai la sua firma, il tono della calda voce è piacevolmente riconoscibile, la chitarra ci rassicura di riffs famigliari, fatti in casa. Poi a guardarci bene, allungo alla sua discografia, Maria è passata fra vari colori intorno al suo stile: Demo 2010, La semplicità, Motori e introspezioni, La Trasformazione. Quindi continua il suo cammino rimanendo semplice, efficiente e proponendo qualcosa di accattivante ogni volta. Ah! mentre ci sono; Demo 2010 è il primo CD auto prodotto di Maria Devigili, solo i Fans della prima ora ne possiedono una coppia. Due ultra privilegiati hanno potuto mettere la mano sulle due ultime coppie, ritrovate accidentalmente in un trasloco... L’archivio del Capo centrale rinserra ovviamente una delle due… Adesso potete anche seppellirla di messaggi per ottenere che Maria lo pubblicasse su bandcamp...

A sfondare porte aperte siamo più che forti nel Wyznoscafo, prendiamo cura di non attaccarsi ai boccaporti quando siamo in immersione. Pero il “Tempo”, il suo uso e le prospettive sul futuro, sono il filo conduttore delle canzoni di questo album. Sorvolando le parole ne abbiamo anche la conferma. (Fischia che notizia! Si chiama Tempus fugit!). Andiamo passare sotto lo scanner la fatta Maria e le sue chitarre Danelectro...

Chip tune... leggo sulla banda dati che esce dello spettrometro; suoni basici generati dal microchip di un computer o consola giochi di prima generazione, che scelta! “Arcaico futuro” si veste di rumori tecnologicamente già superati, che sembrano essere il revival di oggi. (vedere BMO artista di Arco) A sentire bene ci si nota delle percussioni “organiche” perse di mezzo a quelle generate, o a l’octopad di una batteria vera, o di una drum machine. “Vorrai perseguire un'idea senza tempo e utilità Scoprirai l'arcaico futuro che si nascose sotto a mille strati di parole”. Maria non teme cambiare tempo e tipo di battuta allungo questa canzone. La composizione pero, punteggiata di stacchi, rimane monolitica di aspetto e non sembra così frammentata. L’assolo scucito finale è solo qua per contraddire questa tesi.

“Ho visto” è un delirio iperrealistico depositato su una filastrocca meccanica: “Ho visto un granello di polvere diventare un pianeta, bruciare dentro e viaggiare in cerca di luce” è uno dei rari testi staccato dal concetto del tempo. Il raddoppiato o triplicato della voce di Maria da rilievo al testo semplificato intorno a due lunghe strofe.

“Inconsapevoli” vede la prima produzione esterna, quella di Giovanni Guivazza. La canzone prende spessore a l’aggiunzione di un tappetto consistente di violoncelli di Chiara Cesano, che danno potenza alla canzone nei versi, lo fanno anche decollare nei ritornelli. Una traccia veramente stupenda e registrata nei “Labòratori de Musica Artisanala di Roccabruna” in Piemonte, registrato e mixato da Marco Martinetto. Arriva un’informazione da l’Intel sulla rete flash: la canzone è stata scritta nel 2015 per essere presentata a “San Remo Giovani”. Secondo me, è stato presentato peggio anche a “San Remo Big”.

Le due tracce seguenti sono le mie preferite nell’album, per i lori passaggi quasi ballanti. “Frequenze Armoniche” e “Memorandum” sono due altre fettine di gioia, sotto la produzione artistica di Giovanni Guivazza.  La prima è introdotta da un carillon, poi, portata da un ritmo invitante, da voglia di ballare: “Onde armoniche si propagano si muovono sulla Terra, Onde armoniche si propagano fanno vibrare lo spa-zi-o

La seconda porta questa sensazione nel suo potente ritornello, i versi invece sono più calmi, quasi per contrastare lo sfogo che inspira le parole; “Ricordati di te” ... Questa canzone è uno Hit e merita di essere portata avanti.

“Tempus fugit” descrive l’arte dell’aspettare, sicuramente l’arte della pazienza aspettando un’opportunità o raggiungere un obiettivo. Possibilmente facendo altre cose, perché ho sempre trovato una noia profonda ad aspettare altri, un treno, un pullman o una tipa in ritardo. Una sensazione esasperante. Il pezzo è scomposto in varie fasi non lineare, alla moda Devigili.

Un’altra filastrocca meccanica è “Il presente”; traccia cortissima, rappresenta quasi un legame fra due canzoni. “Il tempo fugge sempre, lo spazio è ubbidiente.” Penso anche di sì... dal momento in quale il caro Albert, ci ha provato che erano una sola e unica cosa. O anche come lo diceva “Alchimia” in “Muff clock” nel loro album “Precipitano Tartarughe Terrestri”: “Lo spazio si gonfia in assenza di tempo”.

Maria utilizza su “Superstiti” una gran parte delle capacita sonore del suo strumento, con questi quattro colpi secchi fuori tempo ed oltre il capotasto o magari nel ponte, per evocare i vari cicli di vita avvenuti sul nostro pianeta; “La fine di un mondo non è la fine di tutto, E basta ciò che resta Dal niente si ripartirà” trattato su un beat rockabilly leggero, quasi folk western. Tutto questo per dirci che, in fondo, ci diamo troppa importanza e che la prossima estinzione di massa, nucleare o ambientale, lascerà poco in piede di questa civilizzazione.

“Senza tempo” illustra perfettamente un estratto del press kit, mandato da l’Intel, che il capo centrale ha archiviato abbordo: “[...] Oggi noi viviamo nella convinzione che "il tempo è denaro". Ma possiamo davvero quantificare la preziosità' del tempo? Viviamo la nostra vita di corsa e in griglie pre-fissate dalla società: scuola, lavoro, famiglia, hobby. Crediamo che il "non fare nulla" sia solo una perdita di tempo. Ma forse è proprio quando smettiamo di guardare l'orologio che cominciamo a non perdere tempo e a vivere veramente.” In fondo, in fondo la vita vera è cazzeggiare.

Maria conclude il suo album su un blues lento “Maya” introdotto da l’etero strano, generato dal coro di sintetizzatori che accompagna la sua chitarra. La traccia è spogliata a l’osso. Appare solo nel secondo verso, la batteria di Stefano Orzes per discretamente dare un appoggio filigrane al canto: “Tutto a un tratto scomparvero le cose che credevo essere così essenziali, Chiusi gli occhi e vidi veramente”. Rimane dopo la traccia un silenzio un po’ profondo in quale l’introspettiva e quasi obbligatoria.

Rimane solo a Maria Devigili di partire in giro con lo zaino, il Beat buddy una le due chitarre Danelectro a fare il giro dell’Italia, a portare avanti questo album. Ma non solo; li auguro di apparire in Tivù, essere passata in radio, espandersi in modo virale fra il pubblico, raggiungere le stelle.

Mi torna in mente un suo passaggio televisivo di pochi anni fa, il presentatore li chiede: “Come ti chiami?” Lei: “Maria Devigili”. Lui: “Devigili... che strano nome! Che nome strano... Devigili...”

Fosse in lei, avrei risposto: “Perché... Red Ronnie, non lo è?”

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